Camp

A metà fra avanguardia e trasgressione, fra l’alta cultura e il pop. Non si tratta di un gioco, ma è molto divertente. Il Camp è la tendenza del nostro tempo e viene celebrata da una mostra al Met di New York.

«L’essenza del Camp è il suo amore per l’innaturale, l’artificio e l’esagerazione». Sono passati 55 anni da quando la scrittrice Susan Sontag ha spiegato, in un saggio articolato in 58 punti, Notes on “Camp”, che cos’è il Camp, la cui origine non è ancora del tutto chiara.

Potrebbe derivare dal francese se camper, cioè mettersi in posa esagerata, o da un processo inglese, nato a fine Ottocento, quando i comportamenti omosessuali allora illegali vennero definiti “Campish undertakings”, imprese campestri. Di fatto, nessuno come la scrittrice americana è riuscito a definire e dare dei confini a quella che è una cultura, uno stile artistico, una moda, ma soprattutto una sensibilità individuale, strettamente legata al mondo omosessuale. «Non è una sensibilità di tipo naturale, se di tali ne esistono. L’essenza del Camp, infatti, consiste nell’amore per ciò che è innaturale: l’amore per l’artificiale e per l’esagerato […] Una sensibilità è quasi, ma non del tutto, indescrivibile. Ogni sensibilità che può essere racchiusa nella forma di un sistema, oppure maneggiata con i grezzi mezzi della prova, non è più una sensibilità. Si è concretizzata in un’idea.»

Si potrebbe sostenere che il Camp si riferisca all’uso deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch nell’arte, nell’abbigliamento e negli atteggiamenti, ma come ci ha spiegato Susan Sontag è molto di più. Non dobbiamo confondere il Camp con il kitsch. Il Camp contiene un valore fondante che il kitsch non prevede, cioè la celebrazione della libertà. Infatti, è parte importante della cultura gay. Come ha detto Andrew Bolton, direttore del Costume Institute del Met, «è un ottimo linguaggio per gli emarginati», perché celebra la libertà di essere diversi, di interpretare il ruolo che si vuole, abbattendo in primis la distinzione uomo-donna.

Per questo l’icona originale del Camp è Marlene Dietrich negli anni ’30 vestita da uomo, ma anche il Lago dei cigni del coreografo Matthew Bourne con ballerini solo uomini e le performer dell’esagerazione e del travestimento come Cher e Carmen Miranda. E soprattutto, di diritto, tutte le drag queen della storia, in prima fila Ru Paul. Disinibito, colorato, giocoso, il Camp prende sul serio le frivolezze e in modo frivolo la serietà. È generoso, non giudica mai nessuno, celebra la stravaganza come libertà del sé e accettazione degli altri. È, come diceva Sontag, una metafora della vita come teatro, dove si interpreta il personaggio che si vuole. Per questo “è” moda.

Gli ambiti in cui sconfina il Camp sono molteplici, e l’elenco dei casi che lo rappresentano spazia dal passato al presente, dai costumi della corte del Re Sole all’elaborata estetica queer, dall’art Nouveau a Banksy, da Mozart a Elton John e David Bowie. Costume, arte, letteratura: non c’è fine a ciò che può essere racchiuso sotto questo vocabolo. Può esserci di aiuto la citazione di uno dei letterati che più ne incarnano l’essenza, cioè Oscar Wilde, quando afferma: Si dovrebbe essere un’opera d’arte o indossare un’opera d’arte. Relegato inizialmente a fenomeno marginale, il Camp è diventato presto un elemento mainstream. Grazie anche a stilisti come Franco Moschino, Jean Paul Gaultier, Demna Gvasalia di Balenciaga, Thierry Mugler, Richar Quinn, Elsa Schiaparelli e Vivienne Westwood che ne hanno diffuso lo stile. È giusto definirlo contemporaneo, ma il Camp guarda anche al passato. Pensate ai look con zeppe e lustrini di Elton John o ai body scintillanti di David Bowie versione Ziggy Stardust, ma anche allo stile queer o agli eccessi del Re Sole. Se pensiamo al presente, Camp può essere persino il ciuffo dorato di Donald Trump o la penthouse tutta stucchi e oro del presidente, come ha spiegato il curatore della mostra, Andrew Bolton. Guardiamoci attorno e troverete il Camp ovunque. Dimenticate però il vecchio detto “less is more, nel Camp vale “more is more”.

Oggi, a celebrare il Camp è la mostra al Metropolitan Museum di New York curata da Andrew Bolton e dalla direttrice di Vogue America Anna Wintour. Una retrospettiva che esplora le origini dell’estetica esuberante del Camp e il modo in cui si è evoluta dalla marginalità fino a influenzare la cultura mainstream. Il Met e Alessandro Michele hanno voluto presentarla durante la Milano Fashion Week A/I 2019. Ed è stata inaugurata il 6 maggio, durante il Met Gala, il party di beneficenza che ogni anno raduna per una sola notte il gotha della moda internazionale nella Grande Mela, che ha visto sfilare 600 vip. È la sovversione dello status quo, ma anche generosità, munificenza, spiega il curatore Andrew Bolton

Guardando Anna Wintour, Lady Gaga, Harry Styles e Serena Williams, capiamo quanto sia importante sentirsi liberi di esprimersi attraverso il modo di vestire. Vediamo sfilare piume di pavone e fenicottero, acconciature da lampadario di Versailles (gli studiosi del costume fanno nascere il Camp proprio nella reggia francese), cristalli, chilometri di tulle e colori sgargianti, accostati come mai un comune mortale oserebbe. Perché questa è l’anima più pura del Camp: il troppo, il bizzarro, il cattivo gusto talmente esagerato da diventare affascinante. La mostra ripercorre questi passaggi con una sezione d’apertura che si occupa delle origini del Camp: da Versailles, reggia presentata come “paradiso del Camp”, al Camp come ideale dandy, fino alle contro-culture del 20° secolo; la seconda parte è dedicata invece al Camp nella moda e agli aspetti di umorismo, ironia, pastiche e artificio, che la stessa Sontag segnalò come identificativi dello stile.